La tua famiglia in rete

Sfruttare appieno le potenzialità di condivisione e apprendimento che ci offre Internet è un privilegio. Proteggere le nostre famiglie dalle insidie del mondo online è una necessità e un dovere.


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ask.fm non è necessariamente pericoloso

ask.fm è un servizio ideato in Lettonia e lanciato il 16 giugno 2010, attualmente con 120 milioni di iscritti. Si basa su un’interazione “domanda-risposta”, che si traduce nello scrivere domande sulla bacheca di altri utenti, chiedendo loro una risposta.

Fin qui nulla di grave, se non fosse che il servizio è basato principalmente sull’anonimato: non solo è possibile fare domande in forma anonima, ma il sito stesso incoraggia tale pratica richiedendo un passo addizionale di conferma ogni qualvolta si voglia porre una domanda non in forma anonima.

Per rispondere alle domande è però necessario registrarsi al sito.

Attenzione a non confondere il sito con quello di ask.com, un innocente motore di ricerca.

ask.fm può anche essere utilizzato in modalità locale, tramite i cosiddetti gruppi spotted: luoghi virtuali legati ad un particolare luogo reale (un liceo, una città, un circolo sportivo) nel quale si riuniscono persone che frequentano quest’ultimo e che quindi presumibilmente (ma meglio non dare nulla per scontato) si conoscono dal vivo e pertanto sono in grado di arricchire le discussioni con interazioni ed elementi specifici e puntuali.

C’è chi approfitta di questo spazio per rendere pubbliche disarmanti dichiarazioni d’amore o colpi di fulmine, chi le usa per esprimere l’astio verso il compagno fastidioso e chi per segnalare che qualche docente non fa il suo dovere.

Altri invece rivolgono insulti ai professori, fanno espliciti riferimenti sessuali a compagni e compagne o peggio ancora prendono in giro i più deboli.

Dinamiche da tenere sotto controllo e sempre più spesso oggetto di discussione, con evidenti conseguenze sui voti in condotta per gli studenti e sempre più frequentemente con vere e proprie denunce alle autorità competenti.

 

ask.fm balza agli onori delle cronache italiane nel Febbraio del 2014 quando una ragazza iscritta con il nome di Amnesia, già fragile e insicura, condivide le sue paure sul sito. Qui le sue parole tristi e in cerca di conforto, trovano purtroppo un amplificatore di auguri di morte e di autolesionismo, che spingono la ragazza al suicidio.

Un simile caso si era già verificato ad agosto del 2013 in Inghilterra con il suicidio di una 14enne, anche lei istigata al gesto folle dalla spinta anonima di alcuni utenti infami.

 

Indubbiamente ask.fm può contribuire a far precipitare queste ed altre situazioni disagevoli: quando succede la colpa è tipicamente da annoverare alla possibilità di interazione in anonimo, che rappresenta una ghiotta opportunità per coetanei vigliacchi e incoscienti: grazie all’illusione di non poter essere riconosciuti essi si trasformano in un branco sadico che anima il parco giochi dell’odio e della maleducazione.

Si tratta naturalmente di un’illusione perché, nonostante l’azienda mantenga l’anonimato tra utenti, non può che condividere nomi e dinamiche di interazione qualora le forze dell’ordine dovessero necessitare di informazioni a seguito della richiesta di un magistrato.

Nonostante alcuni adolescenti si rendano conto che tutte le loro azioni sono comunque tracciate, si lasciano andare a comportamenti disdicevoli.

Dal punto di vista dei ragazzi deve essere da subito chiaro che ask.fm è a tutti gli effetti un’arena: chi si mette in gioco è a forte rischio di insulti e derisione. E anche pesanti.

E’ importante che tuo figlio lo capisca e che decida fin da subito se partecipare o starne fuori.

 

Quindi ask.fm è pericoloso?

Non necessariamente.

Se tuo figlio decide di partecipare vorrà dire che per districarsi agevolmente in questo mondo imparerà a discernere tra un messaggio amichevole ed uno ostile, e svilupperà tecniche di difesa per bloccare gli attacchi.

Tale difesa potrebbe consistere nel rispondere a tono per chiudere da subito una conversazione inutile, piuttosto che nel non reagire, ignorando quindi chi lo offende – è importante che tuo figlio sappia che non è necessario rispondere alle domande, soprattutto se qualcuno chiede qualcosa che lo turba, lo preoccupa o lo fa arrabbiare: se non risponde a una domanda, nessuno l’avrà vista se non lui.

In alternativa, se qualcuno gli dice qualcosa di veramente cattivo o di orribile, può comunque utilizzare il pulsante di Blocco per impedire a uno specifico utente di fare altre domande, anche se non conosce la sua identità.

Insomma, una maniera per crescere ed affinare gli strumenti atti a gestire dinamiche complesse e scherni verbali, propri del suo mondo adulto degli anni a venire.

 

Ritorniamo per un momento all’anonimato: ask.fm dice che interagire in anonimo può essere positivo in quanto permetterebbe a ragazzi timidi e insicuri di fare domande senza essere giudicati; allo stesso modo è pur vero che la possibilità di rispondere senza essere identificati dagli altri utenti dà ad alcuni la licenza di dire e fare senza freni.

Tieni presente che anche tuo figlio potrebbe superficialmente passare dalla parte del torto e lasciarsi andare a comportamenti riprovevoli solo perché pensa di rimanere anonimo: spiegagli che non è così e che potrebbero esserci conseguenze anche gravi, e spiega soprattutto che non è nobile comportarsi da codardi nascondendosi dietro l’assenza di identità.

 

E’ possibile fare in modo che tuo figlio non riceva domande anonime accedendo al profilo di tuo figlio e selezionando Impostazioni, successivamente Privacy, infine cliccando su Non consentire domande anonime:

 

 ask.fm

All’atto della creazione di un nuovo profilo questa opzione è attiva, quindi è opportuno verificarla o comunque fare in modo che tuo figlio ne sia a conoscenza.

 

Alternativamente, tuo figlio potrebbe semplicemente decidere di non frequentare ask.fm: non è obbligatorio partecipare alle interazioni di un social solo perché gli altri lo fanno.

Certo, qualcuno potrebbe comunque parlare di lui nonostante non ne frequenti i salotti digitali: è importante discutere preventivamente del momento in cui scopre che su ask.fm si parla di lui e dare la massima libertà di scelta anche in quel momento – continuare ad ignorare le voci, o unirsi alla conversazione.

 


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Gli adolescenti adorano i dispositivi mobili

A partire da oggi gli adolescenti avranno una ragione in più rispetto alle generazioni precedenti per poter affermare che “nessuno ci capisce”.
GlobalWebIndex ha recentemente pubblicato un report (che si può scaricare da QUI) che illustra alcune delle loro abitudini on-line.

L’utilizzo massivo dei cellulari e delle App mobile da parte degli adolescenti si conferma come trend prioritario del 2013: dal terzo al quarto trimestre dell’anno scorso gli utenti adolescenti di Snapchat sono aumentati del 60%, Kik +59%, WeChat +54%, WhatsApp +43%. Sono tutte App disponibili esclusivamente per i cellulari.

I dispositivi mobili sono infatti sempre più importanti per gli adolescenti – il 68% di essi usa un cellulare per accedere ad Internet, confrontato con il 23% che usa un tablet – indice del fatto che per i giovani quanto la barriera di costo dei dispositivi più nobili sia ancora difficile da superare. A riprova di ciò, il 55% degli adolescenti che usa un tablet afferma di condividerlo regolarmente con qualcun altro.
Il sistema operativo Android, sia per la prima che per la seconda categoria, risulta il più popolare.

Facebook risulta ancora il social più utilizzato: l’87% degli adolescenti in giro per il mondo (meno la Cina) possiede un account, tuttavia l’utilizzo attivo di questo social decresce dal 48% al 39%. Stessa sorte per Twitter (-3%), Youtube (-7%) e Google Plus (-4%).

Circa il 64% degli adolescenti afferma di acquistare mensilmente contenuti digitali, con la musica che si posiziona al primo posto, seguita dall’acquisto di App e successivamente dal pagamento di abbonamenti per videogiochi multigiocatore.

La maggior parte degli adolescenti praticano il cosiddetto “second-screening”, cioè usano un secondo schermo (un tablet, un PC, un cellulare) MENTRE guardano la TV. Il 72% di loro lo usa per chattare, mentre il 52% lo utilizza per giocare ai videogiochi.

Insomma, uno scenario in continua evoluzione che vedrà non solo colossi come Facebook continuare a comprare App come Instagram e WhatsApp inseguendo gli spostamenti degli adolescenti, a riprova come gli equilibri di qualche mese fa stiano gradualmente mutando, ma anche come ci si debba aspettare nuove dinamiche pubblicitarie originali sia per forme che per contenuti; la pubblicità, che tipicamente attrae il grosso degli investimenti in questo nuovo mondo (si veda un esempio di pubblicità su Vine) e la conseguente attenzione dei media.

Soprattutto, un’evoluzione da comprendere appieno per stare al passo coi tempi – una piacevole sfida per noi genitori.


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La mania di iperconnessione mobile

E’ davvero colpa nostra, o più semplicemente anche noi siamo vittime di questa mania di iperconnessione mobile?

Un’indagine condotta in Gran Bretagna da Opinion Research ha evidenziato come sia in crescita il comportamento di piccoli e adolescenti che si ostinano ad usare sempre più il mondo virtuale per interagire con le persone, nonostante queste siano fisicamente nelle vicinanze e quindi di fatto a disposizione.

Purtroppo pare che non tutti i genitori non si attivino per correggere tale comportamento: nel 65% dei casi li lasciano soli a connettersi con chi vogliono, e per quanto tempo lo desiderano.

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Occorrerebbe quindi vigilare con una maggiore frequenza, guidando i ragazzi a preferire i rapporti di persona ove possibile.

Il problema è che molti genitori sono essi stessi vittime di questa moda: sempre con un telefonino in mano, sempre a consultare un tablet. Non possiamo pretendere che i loro figli facciano diversamente! E’ bene ricordare infatti che anche nell’era super tecnologica che stiamo vivendo i genitori rimangono per i ragazzi il modello di riferimento principale.

Ben vengano quindi sane e moderne regole di utilizzo dei dispositivi, chiare ed inequivocabili. Ma non dimentichiamoci che i nostri figli vedono e imitano i nostri comportamenti: se vogliamo davvero ritornare ad avere un po’ di umano e di vero nei nostri rapporti interpersonali dobbiamo iniziare a lavorare su noi stessi, e dare il buon esempio.

Per approfondire – Ragazzini di oggi “rapiti” da tablet e telefonini e Quei ragazzi troppo connessi figli del cattivo esempio e 18 regole sull’uso di iPhone, un anno dopo


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Nessuno tocchi i selfies: ecco perché fanno bene all’umore e all’autostima

Se hai uno smartphone o frequenti Facebook probabilmente hai sentito parlare della parola selfie.
Ci sono molte opinioni discordanti, ed io lo ammetto: sto per dirti che non rappresentano la fine della specie umana.
Sul serio, i selfies possono anche essere una cosa positiva.

A detta degli esperti dell’Oxford Dictionary, nel 2013 l’utilizzo della parola selfie è cresciuto del diciassettemila percento, tanto da valergli il titolo di parola più nuova e dirompente.
Di cosa si tratta?

Quando parliamo di selfie intendiamo una fotografia fatta a sé stessi, solitamente scattata con uno smartphone o una webcam e poi condivisa su un social network.

I nostri figli ne sono maestri e artisti: foto appena usciti dall’ascensore, mentre mangiano, quando sono in compagnia, durante lo sport. Foto fatte per immortalare, per fermare l’attimo, per ricordare l’emozione.
Soprattutto, foto delle espressioni dei loro volti.

Selfie on the Bridge

I ragazzi della Generazione Y (i nati tra il 1980 e i primi anni 2000) sono spesso criticati perché costantemente assorti nello schermo di un computer o di uno smartphone. I giudizi si fanno ancora più negativi quando si parla di selfies: si dice che la colpa del fatto che i ragazzi di oggi tendano così spesso a pubblicare i propri autoritratti ricada nei genitori della Generazione X (i nati dal 1960 al 1980), che hanno nel tempo creato dei piccoli mostri di autostima e autoreferenzialità.
Certamente ai genitori delle generazioni odierne è stato insegnato che l’autostima è un valore importante da condividere con i propri figli, ma questo non può essere l’unico motivo della corsa all’autoscatto.
La verità è che i ragazzi di oggi stanno crescendo in un mondo dove la tecnologia si rinnova con un ritmo incredibilmente alto e soprattutto sta diventando sempre più diffusa.
Una volta i nobili si facevano ritrarre nei dipinti: una pratica riservata a pochi facoltosi. Immagina se avessero avuto a disposizione uno smartphone!
La verità è che i ragazzi di oggi si fanno tante foto e le condividono perché ciò non è mai stato così semplice e alla portata di tutti.

Eppure noi genitori non comprendiamo questo fenomeno appieno. Il motivo per cui non ne condividiamo la mania è duplice.
Tanto per cominciare abbiamo un concetto di privacy molto diverso e per definizione non siamo quindi propensi ad alimentare questo stillicidio di narcisismo in pubblico.
Inoltre, siamo cresciuti in un mondo dove se c’era qualcuno che ci piaceva dovevamo aspettare di vederlo dal vivo: non avevamo accesso alle sue immagini come e quando volevamo. Allora non c’era la tecnologia per farlo, ma è proprio questo il punto: non era previsto, neanche nella sfera dell’immaginario.
In poche parole, non è cosa nostra.

D’altra parte è pienamente cosa loro.

E’ normale quindi che la prima reazione nel sapere che tuo figlio si fotografa e si posta così liberamente sulla rete possa essere di tremendo orrore e totale disapprovazione, ma non devi temere perché non tutti i selfie sono necessariamente da temere, anzi potrebbero anche presentare aspetti positivi.

I selfie sono una nuova espressione delle personalità dei giovani di oggi, un complemento alla loro comunicazione multi canale. Mai sentito parlare delle immagini che valgono più di mille parole?
Ecco, stiamo esattamente parlando di questo: il caro amico ti scrivo di una volta è diventato il caro amico ti dico come mi sento con un’immagine di oggi, e non rappresenta necessariamente un continuo e sterile atto di narcisismo.

Un adolescente con un grave problema di obesità ha recentemente dichiarato che il gesto di documentare in pubblico i risultati della sua dieta ferrea aumentava in lui la responsabilità e l’impegno nei confronti del percorso che aveva intrapreso, con il risultato che riusciva meglio a perseguire nell’intento. Nonostante la maggior parte dei follower fossero a lui sconosciuti, ovviamente.

Spesso gli autoscatti spensierati rappresentano una semplice testimonianza del fatto che non sia necessario essere perfetti come ad esempio i falsi personaggi del mondo dello spettacolo, ma che possiamo ugualmente divertirci condividendo emozioni da protagonisti.

Alcuni ragazzi poi sviluppano una migliore confidenza e padronanza di sé ricevendo conferme e incoraggiamento da parte degli altri, anche sotto forma di semplici “mi piace”: grazie alla tecnologia possono oggi fotografarsi ripetutamente, correggendo smorfie, posture e illuminazione all’infinito, ottenendo esattamente il risultato estetico che desiderano; avendo il controllo totale sul prodotto finito le foto pubblicate sono per definizione quelle che loro approvano. Tipicamente la pubblicazione di un selfie genera un treno di commenti positivi, che quindi alimenta la loro autostima.
Per contro, è anche necessario valutare gli effetti dell’abitudine alla celebrazione certa di una simile pratica: non ricevere un like per un selfie potrebbe portare ad un disagio.

Nella maggior parte dei casi i selfie degli adolescenti rappresentano modalità dello sviluppo della personalità: la voglia di esprimersi, l’impeto di farsi conoscere ed espandere le proprie cerchie.
Per noi genitori tale fenomeno è una preziosissima opportunità in quanto è un po’ come se ci fosse dato il privilegio di osservare i nostri figli attraverso una finestra: siate pronti a trovare scene ed emozioni ordinarie o speciali, ma perfettamente lecite, non solo ragazze sdraiate sul letto, sguardi ammiccanti e pose sexy.

Certo, occorre vigilare che queste prove di trasmissione non degenerino, ma tieni presente che in genere il fattore principale è la ricerca di un segno di approvazione altrui. Spesso lo scopo ultimo non è quello di comunicare gioia o tristezza, o di varcare la soglia della decenza, bensì quello di guadagnare una posizione nella classifica dei like del social di turno, cosa magari non necessariamente nobile, ma peraltro assolutamente non grave.
Indubbiamente parliamo di un nuovo idioma, le cui parole sono i contrasti e i colori caldi delle immagini e la cui punteggiatura è l’ironia ad esse spesso associata.

Tuttavia non tutti gli autoscatti possono essere positivi, né tantomeno sicuri.
Tuo figlio deve conoscere la differenza tra uno scatto innocente e uno potenzialmente pericoloso o inappropriato.
Ecco alcuni spunti da condividere:

  • Evita di fornire indicazioni su dove ti trovi: come per tutte le foto fatte per i social media, bisogna stare attenti a non rivelare dettagli che possano permettere ad un malintenzionato di capire dove tuo figlio vive, va a scuola o dove si trova in quel preciso istante: il cartello di una strada o la maglietta del club sportivo locale potrebbero fornire specifiche indicazioni;
  • Verifica che la geolocalizzazione del dispositivo sia disattivata: in questo modo eviterai che ad ogni foto pubblicata vengano associate le coordinate di longitudine e latitudine;
  • La geolocalizzazione (in inglese geotagging) è la modalità che permette (generalmente in automatico, una volta che si è approvata inizialmente) di far sapere agli altri il luogo esatto dal quale si sta postando o scattando una foto.
  • Il valore di questa restrizione deve essere ben compreso da tuo figlio: rivelare a tutti la propria posizione esatta potrebbe abilitare dei malintenzionati ad apprendere le sue abitudini, studiandone i suoi movimenti (la scuola che frequenta, l’oratorio dove si diverte o l’ubicazione della sua casa);
  • Attenzione alla reputazione: ricorda a tuo figlio che postare su Internet significa lasciare un segno indelebile che può avere conseguenze anche nel mondo reale. Con ogni probabilità quelle foto lo seguiranno anche in età adulta e non c’è garanzia che le amicizie e le frequentazioni lavorative future tollereranno scatti equivoci o inappropriati;
  • Non postare mai foto in atteggiamenti promiscui: oltre ad essere sconvenienti, in caso riguardino minori sono puniti dalla legge all’interno dell’impianto legislativo sulla pedopornografia;
  • Non esagerare mai: ricorda a tuo figlio che la moderazione è importante in tutto, anche nella quantità di foto che pubblica – postare continuamente immagini di sé stesso può anche dare l’idea di essere una persona emarginata, disperatamente in cerca di attenzione.


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Cyberbullismo: online il Codice di Autoregolamentazione per il contrasto al cyberbullismo

Il fenomeno del cyberbullismo, perpetrato tipicamente da minori, colpisce e danneggia coetanei incapaci di difendersi. Purtroppo anche i recenti fatti di cronaca confermano quanto il fenomeno sia in espansione.

Nel tentativo di arginare tale fenomeno aziende quali Microsoft e Google, le associazioni italiane del settore (Confindustria digitale e Assoprovider) nonché Istituzioni quali Mise, Agcom, Polizia postale e delle comunicazioni, Autorità per la privacy, Garante per l’infanzia e Comitato media e minori, coordinate dal viceministro dello sviluppo economico Antonio Catricalà, hanno siglato oggi la bozza del primo Codice di Autoregolamentazione per il contrasto al cyberbullismo.

Che bella iniziativa!

Si tratta di un documento che specifica l’obbligatorietà e le modalità di accessibilità dei sistemi di segnalazione (“adeguatamente visibili, semplici e diretti”), sancisce l’impegno di efficienza nelle risposte alle vittime e nella rimozione dei contenuti lesivi e stabilisce la creazione di un Comitato di esperti con il compito di supportare eventuali richieste e di far rispettare il Codice stesso.

La cosa più bella è che, in perfetto stile social, il Codice di Autoregolamentazione è a disposizione del popolo della rete per i prossimi 45 giorni sul sito del Ministero dello Sviluppo economico , al fine di ottenere ulteriori suggerimenti.

Bravissimi tutti!


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Adolescenti? Meno privacy: Facebook gli permette di postare al mondo intero

Ci risiamo: lo scorso 16 ottobre Facebook ha nuovamente cambiato le impostazioni di privacy. Se i tuoi figli usano il social network è l’occasione giusta per sederti di fianco a loro e condividere la novità.

Gli utenti di Facebook di età tra i 13 e i 17 anni hanno oggi la possibilità di fare post pubblici dai loro profili, il che vuol dire che chiunque può vederli. Fino ad ora ciò non era un’opzione: chiunque poteva postare il proprio status in pubblico, ma per gli adolescenti era possibile condividerlo solo agli amici o al massimo agli amici degli amici.

Nel comunicato stampa che porta l’annuncio delle nuove impostazioni di privacy, Facebook afferma di doversi adeguare alle piattaforme di social media concorrenti dove comunque solo “una piccola parte degli adolescenti” adora postare pubblicamente. Posso immaginare che qualche ragazzo ne sia felice, io da genitore no.

Facebook dice che i ragazzi sono tra le persone più informate e propositive e quando si parla di coinvolgimento civile, attivismo o anche condividere un film, vogliono farsi sentire. Quindi da oggi anche i ragazzi possono postare pubblicamente. Direi che il ragionamento non fa una piega. Ne fa tantissime! Ottimo l’incipit, ma la conclusione non la condivido affatto.

Ci dicono anche che nel caso si scelga di fare un post pubblico, gli adolescenti riceveranno un avviso che spiega il potenziale pericolo di un post pubblico. Non sono esattamente sicuro che questo li frenerà dalle loro intenzioni, anche se riconosco che perlomeno avviserà coloro i quali lo fanno per sbaglio.

Inoltre, gli adolescenti potranno ora abilitare la funzionalità di Follow per i propri post, di modo che tutti, anche gli sconosciuti, possano facilmente avere la cronistoria degli aggiornamenti del loro diario che verranno quindi regolarmente condivisi potenzialmente con chiunque.

Facebook ha contestualmente apportato anche una miglioria: gli adolescenti che fino ad ora avevano limitato i loro post per definizione verso gli “amici degli amici”, vedranno ora i loro post automaticamente limitati alla modalità più ristretta “amici”.

Questo ovviamente non li frenerà dall’espandere ogni singolo post alla modalità pubblica con un semplice click.

Soprattutto non li fermerà dal dichiarare a Facebook una età falsa per aggirare i filtri, cosa che un recente studio nel Regno Unito ha confermato essere una pratica molto popolare: secondo tale studio il 42% degli adolescenti inglesi ha dichiarato un’età superiore ai 18 anni.

Prendiamone atto e agiamo di conseguenza.


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L’era biomediatica

Oggi a Roma è stato presentato l’11esimo Rapporto Censis-Ucsi sulla Comunicazione, una fotografia della comunicazione digitale della società italiana del 2013.

I dati forniti sono stati tanti, le informazioni sulle dinamiche sociali estremamente interessanti tanto da parlare di rivoluzione dei comportamenti sociali: siamo entrati nell’era della “biomediatica”, in cui la condivisione delle nostre vite tramite il mezzo elettronico, abilitato dalla grande Rete, è diventata un cardine fondamentale del quotidiano sociale, economico e culturale.

Il rapporto spiega che “Assistiamo a un ulteriore salto di qualità nel rapporto degli italiani con i media. L’interazione tra l’ambiente comunicativo e la vita quotidiana degli abitanti di territori ipertecnologici sta producendo una vera e propria evoluzione della specie”.

Per gli under 30 i numeri sono importanti: l’84,4% dei giovani si connette a Internet tutti i giorni, il 73,9% per almeno un’ora al giorno, il 46,7% con il wifi. Per informarsi usano Facebook (il 71%), Google (65,2%) e YouTube (52,7%). Il 60,9% scarica le app sul telefono o tablet.

Ma questi numeri diventano significativi solo quando li si compara con quelli della popolazione intera: gli utenti internet italiani sono il 63,5% (contro il 90,4% dei giovani), gli utilizzatori di YouTube sono il 38,7% della popolazione complessiva (contro il 68,2% dei giovani). L’uso dei cellulari continua a crescere (+4,5% rispetto al 2012) tanto che il 39,9% degli italiani usa smartphone sempre collegati in rete, contro l’utilizzo dei giovani che è al 66,1%.

Ciò dimostra che mediamente, a fronte di una popolazione di giovani nativamente digitali, esiste un ritardo delle generazioni più adulte – i genitori. Non parliamo poi dei nonni digitali: solo il 21,1% degli anziani italiani utilizza Internet.

Se il 90% dei giovani sono su Internet contro il 63% dell’intera popolazione significa in pratica che ogni 10 giovani ben 9 sono su internet, mentre ogni 10 persone della popolazione totale (assumendo che ogni coppia di adulti abbia 1,2 figli in media) abbiamo 6 genitori e poco più di 3 figli, quindi il 63% si riferisce a 3 figli (perché la quasi totalità è su Internet) e a 3 adulti.

A spanne, e con ragionamenti certamente grossolani, significa che 3 genitori su 6 non utilizzano internet.

La metà. La metà dei genitori non usa Internet e quindi ha in linea di principio difficoltà a vigilare su un sano uso della grande Rete.

Questi numeri non tengono poi conto delle nicchie di servizi, tecnologie e scenari in cui i ragazzi eccellono e nei quali decisamente superano in scaltrezza i meno giovani. In pratica, ci sono molti ambiti esclusivamente frequentati da giovani, che mantengono ben lontana la vigilanza genitoriale.

Da dove iniziare?

Non spaventarti di chiedere a loro se sei disorientato nel mare agitato della tecnologia: ti sorprenderai di come i tuoi figli saranno estremamente entusiasti di condividere, di collaborare e di insegnare ai meno giovani di casa.

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